INTERNET

 

Dove, come e quando è nata INTERNET e perché

 

Negli anni Sessanta, ai tempi della guerra fredda, un grosso problema si poneva di fronte ai responsabili della difesa degli Stati Uniti d’America :  come mantenere le comunicazioni tra i vari centri operativi e di comando in caso di attacco nucleare?

All'epoca, l'eventualità di un attacco nucleare, in caso di crisi militare, era ritenuta tutt'altro che improbabile e presupponendo che per primi sarebbero stati colpiti i centri nevralgici di comando e coordinamento dei vari stati, si sarebbe prodotta una situazione di caos totale con l'interruzione delle comunicazioni.

Diventava un'esigenza strategica dotare il Paese di un sistema di comunicazione capace di resistere perfino ad un eventuale attacco nucleare, che garantisse comunque i contatti vitali tra stato e stato, città e città, base e base anche in situazioni di emergenza estrema.   Per funzionare, il sistema doveva essere dotato di un’architettura totalmente decentralizzata.  In modo da non dipendere da uno o più centri definiti e identificabili come bersagli dai missili nemici.

 

Di qui la necessità di costruire un network (una rete di comunicazione, appunto) in cui ogni nodo fosse uguale ad un altro; indipendente ed autogestito, con le medesime capacità di ricevere, memorizzare ed inviare messaggi.     L’informazione stessa sarebbe stata spezzettata in "pacchetti", ognuno con un’intestazione contenente il proprio indirizzo di destinazione ed un numero d’ordine sequenziale, che lo identificava in maniera univoca. Questi "pacchetti informativi" sarebbero stati inviati indipendentemente l’uno dall’altro lungo i collegamenti della rete, con la possibilità di seguire percorsi diversi ed alternativi. Se porzioni di rete, anche rilevanti, per qualche motivo, fossero andate distrutte, i pacchetti non avrebbero fatto altro che cambiare "rotta", viaggiando lungo linee ancora in servizio. Una volta a destinazione, il messaggio originale sarebbe stato ricostruito ricomponendo (grazie appunto alla sequenza di numeri identificativi) i vari "pezzi", come in un grosso puzzle. Un sistema di consegna che poteva non essere il massimo dell’efficienza (soprattutto se paragonato a servizi di comunicazione più tradizionali, come quello telefonico, ad esempio), ma senz’altro rappresentava un bell’esempio di robustezza ed affidabilità.

 

Nel decennio 1960-70, ad un progetto del genere lavorarono intensamente i maggiori centri di ricerca degli Stati Uniti. Intanto i primi esperimenti iniziavano ad essere fatti anche in Europa, dove l’avanguardia in tale campo era rappresentata dal Regno Unito. Fu così che, nell’inverno del 1969, vide la luce ArpaNet, la prima rete di supercomputer del mondo, dislocata tra quattro delle principali università americane. Negli anni che seguirono i nodi della neonata rete si moltiplicarono velocemente. Nel 1972 erano già diventati 31. I ricercatori statunitensi potevano condividere progetti, scambiarsi opinioni, inviarsi appunti su lavori in corso, il tutto con una rapidità fino ad allora impensabile. Ognuno aveva su ArpaNet il proprio indirizzo personale (quello che in gergo si chiama personal account), e il traffico di dati e messaggi sui collegamenti di questo nuovo e rivoluzionario mezzo di comunicazione diventava ogni giorno più intenso.

Non passò molto tempo prima della nascita delle mailing list, un servizio di tipo broadcast (alla lettera: "sparso", "disseminato", ad indicare un servizio che parte da un punto unico per raggiungerne molti, come ad esempio quello televisivo) grazie al quale uno stesso messaggio, originato da un qualunque utente, poteva essere recapitato ad una moltitudine di destinatari, previa iscrizione ad una "lista" tematica.

Curiosamente, il primo di tali servizi accomunava gli appassionati di fantascienza. Per la prima volta la Rete veniva utilizzata per trattare un tema che col lavoro e la ricerca aveva ben poco a che fare; cosa che fece aggrottare le ciglia a numerosi amministratori di sistema, ma che indicò comunque la direzione che di lì a poco il nuovo media avrebbe intrapreso.

Nel corso degli anni Settanta lo sviluppo di ArpaNet continuò senza sosta. Uno dei suoi punti di forza era la capacità di far dialogare tra loro anche macchine "diverse", non realizzate dallo stesso costruttore e con differenti "sistemi operativi" (per "sistema operativo" si intende il programma centrale che disciplina tutte le attività di un computer).    Il segreto era un linguaggio comune, una sorta di "esperanto digitale", che andava sotto il nome di NCP, Network Control Protocol, il primo esempio di protocollo di rete (ricordiamo che un protocollo definisce il tipo e l’ordine dei messaggi che due o più entità si scambiano per mettersi in comunicazione, nonché il tipo di azioni da intraprendere di volta in volta.

 

Col passare del tempo, l’NCP si trasformò nel più sofisticato TCP/IP, il protocollo attualmente utilizzato. In esso il TCP (Trasmissjon Control Protocol) si occupa della "pacchettizzazione" dell’informazione dal lato sorgente, e della "ricostruzione" del messaggio a lato destinazione. L’IP (Internet Protocol) lavora invece ad un livello più "profondo", e si preoccupa dell’invio di questi pacchetti lungo la rete, e di tutti gli eventuali problemi che possono sorgere durante l’instradamento.

Una volta stabilite quelle che erano le linee guida fondamentali, iniziarono a sorgere altre reti sul modello di ArpaNet, tutte tra loro connesse grazie all’utilizzo del TCP/IP. Nel 1983 venne presa la decisione di scindere il ramo più marcatamente "militare" dal resto della struttura, andando a costituire una rete a parte, la MilNet.

Man mano che i prezzi dei computer scendevano, il numero di utenti di questa "rete delle reti" cresceva a ritmi elevatissimi. Nuove sotto-reti si aggiungevano ogni giorno, sotto il segno comune del TCP/IP, e andavano a costituire un ulteriore ramo della costituente Internet. Collegarsi era facile, economico e, soprattutto, pieno di vantaggi. I POP (Point of Presence, "punti di accesso alla rete") spuntavano come funghi. E ovviamente, man mano che "l’abbraccio digitale" di Internet si allargava, coinvolgendo territori e comunità ogni giorno più ampie, quest’ultima diventava sempre più importante ed acquisiva sempre più valore. D’altronde, si sa: il valore intrinseco di un servizio dipende dal bacino di utenti potenziali che esso è in grado di raggiungere. E questo è ancor più vero per i servizi di comunicazione, la cui utilità si misura in maniera direttamente proporzionale al numero di persone che riescono a connettere.

 

Quando nel 1984 entrò in gioco la National Scientific Foundation (Fondazione Scientifica Nazionale degli Usa), nacque NSFNet, una nuova rete, sempre interconnessa alla prima, ma costituita da supercomputers più potenti, e da collegamenti più fitti, veloci ed efficienti. Passando per successivi upgrade (termine tecnico che indica, in generale, un processo di aggiornamento hardware e software, assai frequente nel mondo informatico), si arriva fino al 1990.

Proprio un anno prima, nel 1989, la vecchia e gloriosa ArpaNet, progettata in origine per servire una società devastata da un conflitto nucleare, aveva praticamente cessato di esistere.   Al suo posto, aveva ormai assunto una forma ben definita il suo "figlio mutato", Internet, che si diffondeva a macchia d’olio in quello che cominciava ad essere il nuovo "villaggio globale". Era nato il più grande strumento scientifico del XX secolo.

Un impulso decisivo alla diffusione della Rete fu dato, agli inizi degli anni Novanta, dall’introduzione del World Wide Web ("ragnatela estesa a tutto il mondo"). Questo nuovo servizio rivoluzionò, grazie al concetto di "ipertesto", il modo di presentare e raccogliere informazioni (ricordiamo che per "ipertesto" si intende un documento multimediale a più livelli, nel quale collegamenti dinamici permettono di girovagare a piacimento, senza un preciso ordine sequenziale da rispettare). Quando, con Mosaic (primo vero esempio di browser, programma per la "visita" dei siti web), venne messa gratuitamente a disposizione degli utenti la prima interfaccia grafica per la "navigazione" in rete, Internet poté assumere un aspetto più "amichevole", e cessare di essere un potente e misterioso strumento in mano a una ristretta élite di specialisti. Era la nascita del "cyberspazio" (termine utilizzato per descrivere il mondo virtuale messo in piedi grazie ad Internet, nel quale ormai milioni di individui svolgono quotidianamente le più svariate attività, interagendo nei modi più disparati).

Raccontare quello che successe da allora ad oggi richiederebbe più di un libro intero (e difatti ne esistono svariati, ed ottimi, in circolazione). Troppi sono gli eventi che si sono susseguiti, con ritmo incessante, a brevissimi intervalli di tempo. Dalla nascita dei "motori di ricerca" (indispensabile strumento per il reperimento di informazioni on-line) alla convergenza in rete degli altri mezzi di comunicazione (fax, telefono, televisione, radio); dalla realtà virtuale al commercio elettronico; dai "portali" (siti che fungono da "ingresso" ad una miriade di servizi offerti dalla Rete) al trading-on-line (scambio via Internet di titoli finanziari). E l’elenco potrebbe andare avanti così all’infinito.   Fatto sta che i nodi di Internet — e con essi le potenzialità e la gamma dei servizi offerti — hanno continuato a crescere a ritmo più che esponenziale.

Oggi, praticamente, non esiste angolo del globo che non sia in qualche modo raggiunto da uno dei milioni di "tentacoli" della Rete. Molte cose sono cambiate da quando quei quattro nodi di ArpaNet fecero la loro comparsa in territorio americano. Le tecnologie sono progredite, com'era ovvio; i collegamenti sono diventati sempre più veloci e ramificati. Ma una cosa, comunque, Internet ha continuato a mantenere intatto: il suo originario spirito libero. Forse è proprio questo, al di là degli innumerevoli e innegabili vantaggi socio-economici, il principale motivo del suo successo. Un mezzo onnicomprensivo ed onnipresente, contemporaneamente di tutti e di nessuno. Splendido ed unico esempio di "anarchia funzionale".