--  benessere & salute  --

Consigli e curiosità


 

cosa è necessario sapere sulla
SINDROME DA "MUCCA PAZZA"

Cos'è il "morbo della mucca pazza" o BSE o Encefalopatia Spongiforme Bovina

Si tratta di una sindrome degenerativa del cervello che colpisce i bovini ma che può essere trasmessa all'uomo.  E' una malattia relativamente nuova, infatti venne diagnosticata per la prima volta in Gran Bretagna nel 1985/86.  Appartiene alla famiglia delle encefalopatie spongiformi (così definite perché l'aspetto del tessuto cerebrale si presenta simile ad una spugna) trasmissibili.  Altri animali possono essere colpiti dalla stessa malattia o da malattie simili, (per es. la scrapie negli ovini).  Negli anni venti è stata diagnosticata per la prima volta nell'uomo una malattia, simile alla BSE, denominata Creutzfeldt-Jakob, che colpisce persone anziane (oltre i 60 anni) e le cui origini sono tuttora sconosciute


L'inizio dell'infezione si è avuto a seguito di una vasta epidemia di scrapie degli ovini che ha portato alla decimazione di intere greggi nel Regno Unito.   Secondo la prassi normalmente utilizzata in quel tempo, le carcasse degli ovini colpiti dalla malattia venivano smaltiti presso gli impianti di produzione di farine animali.   Nonostante fosse prescritta l'adozione di particolari procedure (in particolare le alte temperature) per il trattamento dei materiali infetti, sembra che le operazioni si svolgessero con una certa superficialità senza l'osservanza delle prescritte norme, tanto che gli agenti infettanti si mantenevano attivi.    Le farine animali (dette anche farine proteiche) venivano utilizzate per la produzione di mangimi destinati praticamente a tutti gli animali allevati.   Nell'allevamento dei bovini, sia all'ingrasso (produzione di carne) sia per la produzione di latte, venne fatto largo uso di queste farine, in quanto con un costo basso assicurano un cospicuo aumento della produzione.   L'utilizzo delle farine animali nei mangimi, consentiva inoltre lo smaltimento senza costi di rifiuti che altrimenti sarebbero stati di difficile eliminazione.

All'apparizione dei primi casi di bovini colpiti, venne sottovalutato il problema e per un certo periodo si rifiutò l'ipotesi di trasmissibilità della malattia dagli ovini ai bovini, come in seguito non venne presa subito in considerazione la possibilità di trasmissione all'uomo.   Soltanto nel 1988 fu proibito, nel Regno Unito, l'uso di farine di ruminanti per l'alimentazione di altri ruminanti.  Nel 1994 è stato esteso il divieto in tutta Europa all'uso di farine animali per l'alimentazione dei bovini.

Il numero di animali colpiti dalla malattia ad oggi è di poco superiore ai 180.000 capi, quasi tutti in Gran Bretagna, qualche centinaio in Irlanda, Portogallo, Svizzera e Francia;  poche unità o decine in Belgio, Germania, Paesi Bassi, Liechtenstein, Austria e Italia.    Sembra provato che il morbo si sia diffuso anche negli altri paesi a causa dell'utilizzo delle farine animali prodotte sul posto con parti di animali provenienti dalla Gran Bretagna per il consumo locale.

L'ipotesi prevalente è che a causare la sindrome non è un virus o un batterio bensì una particella proteica infettiva, il prione.  La natura dell'agente infettante lo rende particolarmente subdolo e difficile da neutralizzare, infatti resiste alla cottura e ai vari trattamenti di sterilizzazione cui sono sottoposti i cibi destinati all'alimentazione umana.  Il prione agisce nelle cellule modificando una particolare proteina presente nei tessuti nervosi ed accumulandosi in forma di placche nel cervello.  La maggior presenza dei prioni è riscontrabile nel cervello, midollo spinale, occhi, milza, intestino, ghiandole, reni;  ma si diffondono con densità minore in tutto l'organismo.   Si sospetta la partecipazione di un virus ma non esistono conferme in tal senso.

I sintomi sono simili sia negli animali che nell'uomo.   La malattia si manifesta dal principio con problemi psichici (depressione, ansietà) ed evolve con disturbi sensitivi che si aggravano con la perdita del coordinamento nei movimenti e dell'equilibrio, si conclude con la paralisi.   Non esistono terapie, l'esito è mortale.

 

 

 

Pericoli per l'uomo

La malattia è trasmissibile all'uomo attraverso l'assunzione di alimenti infetti (contenenti il prione), tuttavia, le possibilità di reale contaminazione sono piuttosto scarse.   La limitata compatibilità del prione bovino con la proteina umana interessata all'attacco, fa si che soltanto un numero molto esiguo di persone risultino sensibili all'infezione.  I tempi di incubazione sono lunghi (si va da un minimo di cinque fino a 20/30 anni ed oltre) e non permettono una valutazione precisa, tuttavia, considerando che in Gran Bretagna l'epidemia negli animali era diffusissima e che per diversi anni l'intera popolazione è stata esposta senza alcuna precauzione al contagio, gli effetti sono "limitati" in tutto ad "appena" 85 casi umani.

In Italia esistono sicuramente animali infetti ma in numero molto limitato rispetto la totalità del patrimonio zootecnico, tenendo conto inoltre delle scarse possibilità di contaminazione umana, si possono ritenere molto scarse le possibilità di trasmissione della malattia all'uomo.   Se accettiamo le dichiarazioni delle autorità che avvertono dell'impossibilità pratica a garantire il "rischio zero" sugli alimenti, il rischio legato al consumo di carne bovina risulta essere analogo a tutti gli altri cibi.  Le attuali procedure che prevedono l'eliminazione delle parti contenenti il maggior numero di agenti infettanti, costituisce una ulteriore garanzia per i consumatori.

Un discorso a parte meriterebbe, forse, lo sviluppo della sindrome BSE in altri animali.   Risulta certo che le stesse farine animali contaminate, che hanno diffuso l'infezione nei bovini, siano state somministrate ad altre specie animali (ed in parte viene fatto tuttora).  La manifestazione dei sintomi evidenti della malattia avviene dopo un certo periodo dall'infezione, per questo non si sono avuti casi di BSE in polli, tacchini, conigli, ecc., mentre si registrano casi di gatti e cani (nei gatti è certo, nei cani c'è il dubbio che non si tratti esattamente di BSE), ma anche scimmie, tigri, alci (ospiti degli zoo).    La situazione potrebbe essere più preoccupante di quanto non sembri, infatti non è dato a sapere come possa evolvere la malattia una volta che si è insediata in una specie diversa da quella di provenienza e quali siano le possibilità di contagio verso l'uomo della nuova forma.   Abbiamo l'esempio delle pecore.   La malattia originaria delle pecore detta scrapie, è evoluta in BSE  nei bovini;  le pecore, a loro volta infettate dalla BSE bovina, hanno generato una nuova forma di BSE molto più infettiva e che agisce indistintamente in tutte le parti dell'animale.   Se consideriamo questa forma di evoluzione, nulla vieta che particolari caratteristiche di altri animali abbiano prodotto ulteriori diverse evoluzioni della malattia e che la popolazione ne sia esposta in forma assai peggiore pur considerando il consumo di tali carni più sicuro rispetto alla carne bovina.   E' possibile che gli agenti infettanti si mantengano presenti nell'organismo degli animali, pur senza generare la malattia o per incompatibilità o per il breve ciclo di vita, passando successivamente nell'alimentazione umana.

Allo stato attuale, non esistono tecniche analitiche che consentano di stabilire la presenza di infezione prima che essa sia ben radicata nel soggetto (per questo motivo non ha senso analizzare animali con meno di trenta mesi di età), pertanto, la diffusione potrebbe essere di gran lunga superiore di quanto non si possa ritenere.

 

Cosa fare, cosa non fare?

Se consideriamo il problema con un certo distacco, come fanno i redattori delle statistiche dei ministeri, si direbbe che non ci sono problemi particolari rispetto a venti o trent'anni fa, quando non esisteva il problema mucca pazza.  Infatti, i decessi causati dal morbo (78 in GB, 1 in Irlanda) sono di gran lunga inferiori ai morti per gli incidenti stradali, rispetto ai quali nessuno rinuncia a spostarsi in auto per paura di morire.

Ma gli effetti psicologici suscitati da questa malattia sono assai più gravi e preoccupanti, forse perché si porta dietro un alone di mistero, delle incognite che i tira-molla ufficiali dei governi e dei vari organismi sanitari non fanno altro che ingigantire.    Sicuramente, tutti cercano, come possono, di starne alla larga, attenti ad ogni informazione nella speranza di trovare delle risposte certe e convincenti.   Le previsioni per il futuro non sono incoraggianti, se il contagio dovesse mantenere il trend attuale, sono ipotizzabili fino a 14.000 decessi nei prossimi decenni ma se il numero delle vittime dovesse aumentare quest'anno e l'anno prossimo, le cifre della previsione aumenterebbero a dismisura.

Considerando che gli animali infetti contengono i prioni patogeni in tutto l'organismo (anche se la maggior presenza è riscontrabile nei tessuti nervosi) e che non è dato di sapere se la carne che ci accingiamo a mangiare è stata prelevata da un animale sano o infetto (come gia detto, le analisi non consentono di stabilire la presenza di infezione se questa non è ben radicata nell'organismo ed ormai prossima a mostrarne i sintomi evidenti), per eliminare ogni possibile contagio dobbiamo rinunciare alla carne in tutte le sue varianti.   Non solo, è noto che moltissimi prodotti alimentari contengono sostanze animali (pasta fresca con ripieni, salse di vario tipo, dolci, pane, ecc., ecc.), per di più in tutti questi casi, trattandosi di sottoprodotti che vengono utilizzati per il basso costo, le possibilità di incontrare i prioni non sono affatto remote.   Anche il latte (e di conseguenza tutti i derivati) contiene una quota ridotta di prioni.

L'unica via di salvezza è dunque rappresentata dalle produzioni biologiche e biodinamiche, purché si tratti di prodotti autentici.  Un ruolo importante è svolto dal punto vendita che deve rifornirsi da aziende serie in regola con le certificazioni. Dunque, per essere davvero tranquilli e non avere dubbi, è necessario acquistare soltanto prodotti biologici e approvigionarsi presso negozi di fiducia, sostituendo definitivamente bistecche, hamburgher e polpette con gli omologhi di soia.

Per chi non ritiene necessario arrivare a questi eccessi, diciamo che, ufficialmente, tutte le parti a maggior rischio sono eliminate "per legge", tuttavia sarebbe buona norma guardare con un certo sospetto quei prodotti (specialmente se di produzione industriale) confezionati con parti animali di bassa qualità, come wurstel, hamburgher e tritati di vario genere per ripieni, in quanto potrebbero contenere parti ad alta concentrazione di prioni.    Particolarmente pericolosi sono alcuni tipi di lavorazione automatica utilizzati nei processi industriali per la disossatura delle carni (vietati in Italia), agendo sulla colonna vertebrale, asportano le terminazioni nervose che vengono così incluse nel prodotto.   Altri prodotti a rischio sono in genere gli insaccati di suino, in quanto confezionati utilizzando l'intestino di bovini, una delle parti di maggiore concentrazione dei prioni.     La sicurezza dipende molto dalla serietà e dall'attenzione posta degli operatori nel trattamento delle carni e questo è difficile da verificare.

(Vai alla pagina "Etichettatura carni destinate all'alimentazione umana")

 

I dubbi che restano

I messaggi incoraggianti del Ministro della sanità che, dati alla mano, invita al consumo della carne senza preoccupazioni, sembrano in contrasto con le disposizioni imposte per i macelli e gli allevamenti  interessati alla presenza o al passaggio di animali infetti.    

Se il rischio è tanto limitato, perché rovinare la vita all'allevatore distruggendogli tutti gli animali dell'allevamento?  Teniamo presente che, spesso, gli animali presenti in fattoria sono il risultato di decenni di selezioni, operate per generazioni e generazioni, un capitale enorme che va oltre il valore a peso della carne e che nessuno può risarcire.

E a proposito dei macelli, se il rischio contagio è ridotto al minimo, perché devono essere incenerite tutte le carni transitate e lavorate lo stesso giorno in cui è stato macellato l'animale risultato infetto?  Si tratta di un costo considerevole che deve essere sommato alle spese di disinfezione dei locali e delle attrezzature.   Cosa succede quando vengono macellati i capi infetti che per l'età inferiore ai trenta mesi non vengono analizzati?

 

 

Purtroppo, salute e guadagno non vanno molto d'accordo.   Questa vicenda, come tante altre passate (e future), insegna che voler strumentalizzare la natura per sottoporla alle speculazioni economiche produce molti più guai che non guadagni.

© 2000-2001 Novatec s.r.l. - tutti i diritti riservati